TRIANGOLO AL MUSEO EGIZIO
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Il cielo sopra Torino non aveva intenzione di concedere sconti quella mattina di fine autunno.
Era un soffitto di un grigio denso, quasi metallico, che pareva comprimere la città in un abbraccio umido e silenzioso, smussando gli angoli dei palazzi barocchi e trasformando le strade in un salotto ovattato.
Sotto quell'atmosfera sospesa, i portici di Via Accademia delle Scienze proiettavano ombre lunghe e disciplinate, mentre i passi di Noemi, Stefano e Gregorio risuonavano sul pavimento di pietra con una cadenza che sembrava quasi scandire un conto alla rovescia invisibile, un metronomo segreto che batteva il tempo di un'attesa maturata a lungo.
Camminavano vicini, fin troppo vicini per essere tre semplici conoscenti che si concedevano una domenica culturale.
Al centro c'era Gregorio. Aveva le spalle larghe, coperte da una giacca di pelle scura che odorava di pioggia e tabacco freddo; teneva le mani infilate nelle tasche, ma le dita si muovevano irrequiete, tradendo una tensione che cercava a tutti i costi di mascherare con un sorriso sornione, uno di quei ghigni leggeri che usava per difendersi dall'intensità delle cose quando cominciavano a farsi troppo reali.
Accanto aveva Noemi e Stefano che muovevano i passi con l'armonia fluida di chi condivideva la vita da anni.
Stefano teneva la mano di Noemi stretta nella propria, un contatto solido, abitudinario, ma in quel momento carico di una corrente sotterranea del tutto anomala.
Non c'era traccia di quella quieta abitudine che spesso accompagna le coppie collaudate dopo anni di matrimonio; al contrario, l'aria tra loro tre vibrava di una elettricità sottile, un accordo tacito e audace nato la sera prima davanti a una bottiglia di Barolo aperta troppo tardi, quando le allusioni erano diventate promesse e le promesse si erano fatte carne nella penombra della cucina.
“Se mi fate entrare in un luogo pieno di mummie bendate solo per sentirvi dire che la storia è maestra di vita, vi avviso che mi siedo sul primo sarcofago che trovo e mi rifiuto di uscire.” disse Gregorio, voltando leggermente il capo verso Noemi, con gli occhi che brillavano di una sfida giocosa.
Noemi sorrise.
Aveva quel modo di piegare l'angolo delle labbra che a Stefano faceva sempre perdere un battito, e che su Gregorio esercitava un magnetismo quasi doloroso.
Indossava un cappotto scuro sopra un abito di maglia morbida che ne disegnava la silhouette a ogni passo, assecondando il movimento del corpo con una naturalezza disarmante.
“Non sottovalutare gli Egizi, Greg.” rispose Noemi, la voce bassa, vellutata, che sembrava scivolare sotto la pelle come un liquido tiepido, capace di aggirare qualsiasi difesa.
“Erano ossessionati dall'aldilà, ma sapevano esattamente come celebrare i sensi nel tempo concesso ai vivi. Se guardi bene nelle teche, vedrai che non c'è solo morte laggiù. C'è brama pura. Una fame che attraversa i millenni.”
Stefano annuì lentamente, stringendo appena la mano di Noemi prima di lasciarla andare per permettere loro di sfilare sotto il portone d'ingresso del Museo Egizio.
Il contrasto termico fu immediato: l'aria della strada, fredda e pungente, lasciò il posto a un tepore ovattato, denso di storia, di cera per pavimenti antichi, di carta stampata e di quella particolare fragranza minerale che appartiene solo alla pietra millenaria, al legno stagionato e al silenzio.
Il brusio della biglietteria si dissolse non appena varcarono la soglia che immetteva nelle sale inferiori.
Lì, la luce artificiale era calibrata al millimetro, studiata per accendere i dettagli dei reperti lasciando i contorni del mondo reale in una penombra protettiva, quasi confidenziale, che invitava a parlare sottovoce e ad avvicinarsi.
La Galleria dei Re, concepita come una cripta monumentale e ipnotica, li accolse con il suo silenzio solenne.
Le statue colossali in granito nero, diaspro e diorite emergevano dall'oscurità come presenze vigili, con i loro sguardi fissi verso un orizzonte invisibile, immuni allo scorrere dei millenni e indifferenti al passaggio dei mortali.
Camminavano in fila indiana, costretti dalla disposizione dei basamenti e delle teche a una vicinanza fisica che azzerava qualsiasi distanza sociale, imponendo un contatto che sapeva già di tattile.
Gregorio si fermò di fronte alla figura imponente di Ramesse II.
La luce radente ne accarezzava i muscoli stilizzati del petto, le labbra carnose socchiuse in un eterno comando, le spalle squadrate che sembravano sorreggere il peso del mondo antico.
“Pensa che megalomania.” sussurrò Gregorio, inclinando la testa all'indietro per scrutare il volto severo del faraone. “Farsi scolpire così, pretendendo che il mondo intero continui a guardarti negli occhi anche dopo tremila anni di polvere.”
Noemi si fermò alla sua sinistra, a una distanza inferiore a quella della semplice cortesia.
La sua spalla sfiorava quella di Gregorio e il calore del suo corpo attraversava la stoffa del cappotto. Non si scostarono. Anzi, Noemi rimase immobile, percependo distintamente il respiro dell'amico, il ritmo alterato della sua cassa toracica.
“La vera ambizione non è farsi ricordare da tutti, Greg.” mormorò Noemi, inclinando il viso verso di lui, così vicino che i loro respiri quasi si mescolarono nell'aria rarefatta della sala. “Ma fare in modo che chi ti sta accanto si dimentichi di tutto il resto del mondo.”
Stefano, che si trovava appena dietro di loro, osservava la scena riflettersi sulla superficie lucida di una teca di vetro protettiva.
Non c'era traccia di gelosia nel suo animo; c'era, al contrario, un crescendo di eccitazione viscerale, un battito cardiaco accelerato che gli gonfiava il petto e gli accaldava il sangue nelle vene.
Con un movimento calcolato, eppure intriso di un'urgenza animalesca, Stefano si fece avanti, posando le mani calde sui fianchi di Noemi e tirandola dolcemente contro il proprio bacino, mentre con il corpo chiudeva lo spazio alle spalle di Gregorio, accerchiandolo.
In quel momento, intrappolati tra la massa fredda di Ramesse e il vetro delle teche, i tre si ritrovarono racchiusi in un unico perimetro di carne e desiderio.
Gregorio sussultò.
Un brivido rovente gli corse lungo la spina dorsale, partendo dalla nuca per scendere fino alle ginocchia.
Sentiva il petto di Stefano premere contro la schiena di Noemi, e il fianco di Noemi premere contro il suo, in un incastro geometrico perfetto.
La vicinanza era così sfacciata, così carica di una tensione sessuale palpabile, che Gregorio trattenne il fiato, temendo che persino i custodi del museo potessero leggere nei loro sguardi ciò che stava accadendo.
“Stefano...” biascicò Gregorio, con un filo di voce che tradiva un'inquietudine deliziosa, un misto di paura e vertigine.
“Siamo invisibili qui dentro, Greg.” mormorò Stefano vicino all'orecchio di Noemi, ma parlando chiaramente per tutti e tre, con un timbro basso che non ammetteva repliche.
La sua mano destra, scivolando lungo i fianchi della moglie, allungò le dita per sfiorare il polso di Gregorio, stringendolo con una fermezza calda, quasi a voler misurare i battiti sregolati del suo cuore.
“Qui dentro nessuno esiste tranne noi. I faraoni sono solo testimoni muti.”
Noemi sorrise nell'ombra.
Il suo sguardo brillava di una luce quasi predatoria.
Con la mano libera, senza staccare gli occhi da quelli di Gregorio, afferrò le dita di Stefano e le guidò ancora più vicino, lasciando che il palmo del marito premesse contro il proprio addome, mentre l'altra mano continuava a tenere prigioniero il polso dell'amico.
Era un intreccio carnale e silenzioso, un possesso condiviso che non aveva bisogno di parole per urlare la sua natura.
Salirono al piano superiore attraverso la scalinata monumentale, dove il brusio dei turisti si faceva via via più rarefatto, lasciando spazio a sale più intime, dedicate alla vita quotidiana, agli oggetti personali, ai cosmetici, agli specchi di bronzo ossidato e ai papiri d'amore.
L'atmosfera cambiò radicalmente.
Non c'era più la pietra tombale e monumentale dei re; c'era l'intimità domestica di chi, tremila anni fa, amava, soffriva, si profumava il corpo e cercava il calore di un letto all'imbrunire.
La sala era stretta, illuminata da fenditure di luce calda che tagliavano l'aria a metà, disegnando lame dorate sulla polvere in sospensione.
Si fermarono davanti a una teca che custodiva piccoli vasetti per unguenti in alabastro e specchi con manici a forma di fanciulle sinuose.
La vicinanza tra i tre si fece ancora più stretta, quasi claustrofobica, ma nessuno di loro accennava a fare un passo indietro, come se una forza gravitazionale invisibile li tenesse incollati l'uno all'altro.
Gregorio sentiva il sangue pulsargli nelle tempie con un ritmo assordante.
Il profumo di Noemi – un misto di vaniglia amara e pelle pulita – si mescolava al tabacco e al legno della giacca di Stefano, creando una fragranza inebriante che ottenebrava i sensi.
“Guarda questo.” disse Noemi indicando una tavoletta con iscrizioni ieratiche.
La sua voce era bassa, quasi un sussurro intimo che vibrava nello spazio ristretto tra le teche. Diceva che l'amore è un fuoco che divora il cuore di chi lo prova, e che nessuna distanza può spegnerne la fiamma.
“Gli antichi sapevano decisamente come descrivere le cose giuste.” commentò Gregorio, deglutendo a fatica.
Si sentiva irretito in una ragnatela invisibile.
La mano di Stefano, con un movimento lento e impercettibile, aveva lasciato il fianco di Noemi per scivolare sulla parte bassa della schiena di Gregorio, tracciando cerchi lenti attraverso la stoffa sottile della camicia, una carezza che sapeva di un'autorità affettuosa e dominante.
Gregorio chiuse gli occhi per un secondo, sopraffatto da quel contatto così sfacciato in un luogo pubblico.
Se qualcuno si fosse voltato in quel preciso istante, avrebbe visto tre corpi fusi in un unico abbraccio mascherato da interesse culturale.
Ma nessuno guardava.
Il museo sembrava essersi ritirato in una bolla di isolamento temporale, fatta apposta per loro, un bozzolo protetto dal caos del mondo esterno.
Noemi si voltò verso Gregorio, sollevando il viso.
I suoi occhi erano scuri, dilatati dall'eccitazione.
Allungò una mano e, con un gesto di una lentezza esasperante, le sue dita sfiorarono la guancia di Gregorio, scendendo lungo il profilo della mascella fino a fermarsi sul collo, dove la pelle pulsava visibilmente al ritmo del sangue.
“Hai le dita fredde, Greg.” sussurrò Noemi, con un timbro che suonava come una carezza e una provocazione insieme, un invito a colmare quel vuoto termico.
“È l'effetto dei vostri faraoni.” rispose lui con un sorriso teso, mentre Stefano, alle sue spalle, premeva il proprio bacino contro i suoi glutei con una pressione ferma, inequivocabile, che non lasciava spazio a nessun dubbio sulla natura di quel gioco.
Stefano si chinò all'orecchio di Gregorio, la bocca a pochi millimetri dalla sua pelle, sfiorandogli il lobo con il respiro.
“Ti piace sapere che siamo qui, circondati da sconosciuti, mentre noi tre stiamo bruciando?” mormorò Stefano, con una voce profonda e roca che fece vibrare ogni terminazione nervosa del corpo di Gregorio.
Noemi, nel frattempo, aveva fatto scivolare la mano dalla sua guancia per intrecciare le dita con quelle di Gregorio, stringendogliele con forza, quasi a voler suggellare un patto segreto, un contratto carnale firmato nell'ombra del Museo Egizio.
Proseguirono quasi barcollando verso la sezione più suggestiva e raccolta dell'intero percorso: la ricostruzione integrale della tomba di Kha e di sua moglie Merit.
L'illuminazione in quella sala era soffusa, quasi crepuscolare, tesa a imitare la profondità della terra. Le pareti ricreate restituiscono la sensazione di un interno domestico, di una camera segreta sottratta al tempo. All'interno delle teche riposavano abiti di lino finissimi, cesti di vimini intrecciati, letti funerari, poggiatesta in legno e flaconi di oli profumati destinati a durare per l'eternità.
La sala era deserta in quel momento, ad eccezione di una coppia di anziani turisti lontani, intenti a fotografare un sarcofago nella sala attigua, distratti e del tutto ignari di ciò che si stava consumando a pochi metri da loro.
La vicinanza tra Noemi, Stefano e Gregorio divenne totale, un blocco unico che si mosse lentamente fino a trovare riparo dietro una parete divisoria, fuori dalla vista di chiunque.
Lì, protetti dall'ombra e dal silenzio millenario di Kha e Merit, il gioco smise di essere un'allusione e divenne una realtà fisica travolgente, un'esplosione di gesti trattenuti troppo a lungo.
Stefano prese Noemi per i fianchi, tirandola a sé con una possessività dolce e feroce, e le piantò un bacio profondo, avido, sulle labbra. Noemi rispose gemendo appena, lasciandosi andare contro il corpo del marito, ma la sua mano libera cercò immediatamente Gregorio, afferrandogli la nuca e attirandolo nello spazio ristretto tra loro due.
Gregorio non oppose resistenza; anzi, si lasciò trascinare in quell'abbraccio triangolare, perdendo ogni residuo di lucidità.
Quando le labbra di Noemi si staccarono da quelle di Stefano per posarsi, brucianti e umide, direttamente sulla bocca di Gregorio, il mondo esterno svanì del tutto. Sapeva di vino, di pelle e di un desiderio antico quanto il mondo.
Stefano, con le mani ancora strette sui fianchi di Noemi, premeva con il proprio corpo contro la schiena di Gregorio, in un ritmo fittizio e serrato che imitava l'atto supremo, mentre le loro mani si cercavano, si sfioravano, si stringevano in un delirio di tessuti, respiri affannati e battiti di cuore all'impazzata.
“Siete folli... siamo qui dentro...” riuscì a mormorare Gregorio tra un bacio e l'altro, con la voce rotta dall'eccitazione.
“Nessuno ci vede, Greg.” sussurrò Noemi contro le sue labbra, con gli occhi socchiusi e il petto che si alzava e abbassava rapidamente.
“E anche se ci vedessero, non capirebbero mai la forza di quello che stiamo accendendo.”
Stefano rise piano, un suono basso e gutturale, e mentre teneva ancora stretta la moglie, allungò la mano libera per accarezzare il petto di Gregorio attraverso la camicia, sentendo i capezzoli duri per la tensione.
Era un possesso collettivo, un circuito chiuso in cui l'energia di ciascuno alimentava quella degli altri due in un crescendo ininterrotto.
Il ritorno alla realtà fu brusco quanto l'uscita in Via Accademia delle Scienze, ma la tensione accumulata nelle sale del museo non si era esaurita; si era semplicemente trasformata in una miccia pronta a esplodere.
Saliti in macchina, nessuno proferì parola per i primi dieci minuti.
Stefano guidava con una mano sola, lo sguardo fisso sulla strada bagnata dalla pioggia, mentre con l'altra mano teneva stretta la coscia di Noemi, la quale, seduta sul sedile del passeggero, aveva gli occhi lucidi e le labbra ancora leggermente gonfie. Gregorio sedeva dietro, immobile, con il respiro pesante che si rifletteva sul vetro appannato del finestrino.
“A casa nostra o a casa tua?” ruppe il silenzio Stefano, con un tono che non ammetteva repliche, mentre svoltava decisamente verso la collina torinese, lontano dal traffico del centro.
“A casa nostra” rispose Noemi, voltandosi a guardare Gregorio attraverso lo specchietto retrovisore, con un sorriso che prometteva ogni genere di eccesso.
Non appena varcarono la soglia dell'appartamento, la porta si chiuse alle loro spalle con un tonfo sordo che suggellò il loro isolamento dal mondo.
Non ci furono giacche tolte con cura o scarpe messe via ordinatamente.
Stefano spinse Gregorio contro la parete del corridoio, azzerando ogni distanza, mentre le sue mani cercavano con foga i bottoni della camicia dell'amico. Noemi si avvicinò alle loro spalle, le dita che scivolavano fredde e fameliche sotto il tessuto, accarezzando la pelle nuda del torace di Gregorio con una frenesia che cancellava ogni residuo di inibizione.
La luce della lampada del soggiorno proiettava ombre lunghe e vibranti sulle pareti.
In quel rifugio privato, lontano dagli sguardi dei faraoni e dei turisti, il triangolo acceso al Museo Egizio trovò finalmente il suo compimento totale.
I vestiti caddero a terra in un mucchio disordinato: bottoni strappati via con troppa foga, cinture sfilate, tessuti che scivolavano via lasciando i corpi completamente nudi, esposti, vulnerabili eppure potentissimi nel loro desiderio reciproco.
La pelle di Stefano si scontrava con quella di Gregorio in un contatto continuo.
Noemi si muoveva tra di loro come una corrente elettrica, le sue mani ovunque, a guidare, a provocare e a pretendere ogni singola stilla di attenzione in un crescendo di corpi intrecciati che cancellò la differenza tra la notte e l'alba.
C'è un momento preciso, nelle relazioni che scivolano oltre i confini del prevedibile, in cui il passato smette di esistere e il futuro diventa un territorio interamente da inventare.
Per Noemi, Stefano e Gregorio, quel momento non era nato casualmente, ma si era strutturato giorno dopo giorno, trasformando la scoperta in un'abitudine raffinata.
Le settimane successive furono un esercizio di alta sartoria emotiva ed erotica.
La vita continuava con la sua patina di normalità: la sveglia, le riunioni di lavoro, il traffico sotto i portici di Torino, le conversazioni ordinarie al telefono. Ma sotto quella superficie scorrevano correnti sotterranee potentissime.
Il loro patto non aveva bisogno di contratti scritti o di lunghe dichiarazioni.
Si reggeva su sguardi obliqui, su messaggi cifrati inviati nel cuore della notte («Hai spento le luci del museo?»), e soprattutto su una totale, disarmante assenza di gelosia.
Stefano aveva scoperto che il desiderio di Noemi, anziché esaurirsi o disperdersi nell'incontro con l'amico di sempre, si amplificava, trovando nuove sfumature, nuovi timbri di voce, nuove posture che arricchivano anche il loro rapporto di coppia.
Noemi, dal canto suo, viveva questa sintesi come una liberazione totale, un baricentro a tre in cui ogni vertice alimentava gli altri due in un equilibrio perfetto e vertiginoso.
Gregorio, che all'inizio temeva di incrinare un'amicizia decennale, aveva compreso che non stava profanando un santuario altrui: stava edificando, insieme a loro, un tempio nuovo.
Era un venerdì sera di fine autunno quando decisero che il gioco sotterraneo aveva bisogno di uscire di nuovo allo scoperto, questa volta in un contesto diverso, più intimo e protetto rispetto alla pubblica piazza di un museo.
La cena si teneva nell'appartamento di Noemi e Stefano, un loft spazioso con grandi vetrate che si affacciavano sui tetti scuri della città. La tavola era apparecchiata con semplicità: calici di cristallo, una bottiglia di Barolo che respirava già da un'ora, candele alte la cui cera colava lentamente lungo i sostegni di ferro battuto.
Gregorio arrivò con una decina di minuti di ritardo, portando con sé una bottiglia di liquore artigianale e quella sua consueta aria sorniona che mascherava a fatica un'attesa febbrile.
Appena aprì la porta, fu accolto dal profumo speziato della cucina e dalla voce bassa di Stefano che risuonava dal fondo del corridoio.
“Sei in ritardo, Greg.” disse Noemi venendogli incontro nell'ingresso.
Indossava un abito di seta blu scuro, fluido, senza maniche, che scivolava lungo il corpo con una naturalezza disarmante. Non c'erano gioielli, solo i suoi capelli sciolti che le cadevano sulle spalle e un sorriso sottile, quasi complice. Quando Gregorio si chinò per salutarla con un bacio sulla guancia, lei girò appena il viso, facendo sfiorare le loro labbra per un istante che durò molto più del necessario.
Stefano comparve dalla cucina con un piatto fumante in mano, le maniche della camicia bianca arrotolate fino ai gomiti, mostrando gli avambracci tesi e le vene leggermente gonfie per la fatica. Vide lo scambio di sguardi tra i due e sorrise, un sorriso lento e scuro che non lasciava spazio a equivoci.
“Se continuate a stuzzicarvi prima ancora di sedervi a tavola, non arriveremo al dolce.” commentò Stefano posando il piatto sul tavolo, per poi avvicinarsi a Gregorio e stringergli la mano con una fermezza che sapeva di possesso e benvenuto insieme.
La cena fu un crescendo di allusioni sussurrate, di ginocchia che si cercavano sotto il tavolo di legno massello, di sguardi fissi nei calici mentre si parlava d'altro, mantenendo una facciata di irreprensibile normalità sociale che rendeva il tutto ancora più elettrizzante.
Quando sparecchiarono, nessuno si preoccupò di mettere in ordine la cucina.
La musica di un vecchio giradischi riempiva l'ambiente con note calde e ovattate di jazz.
Si spostarono nel grande studio attiguo al soggiorno, una stanza con una parete interamente coperta da specchi antichi e scaffali pieni di libri.
Era uno spazio raccolto, dominato da un grande divano in pelle cognac e da una luce soffusa proveniente da una singola lampada d'angolo.
La tensione, accumulata durante tutta la cena, trovò finalmente il suo sfogo naturale.
Stefano fu il primo a rompere il silenzio formale.
Si avvicinò a Gregorio, che era in piedi vicino alla libreria, e senza dire una parola gli sbottonò i primi due bottoni della camicia, facendogli scivolare il tessuto dalle spalle con un movimento deciso. Gregorio indietreggiò di un passo, non per fuga, ma per l'impatto di quell'audacia, trovandosi subito contro il bordo del divano.
Noemi si era mossa silenziosa alle sue spalle.
Le sue mani calde scivolarono lungo i fianchi di Gregorio, risalendo lentamente lungo la schiena fino a prendergli il viso tra i palmi, costringendolo a voltarsi verso di lei.
“Ti ricordi quando dicevi che gli Egizi erano solo mummie e pietre?” sussurrò Noemi, con le labbra a un soffio dalle sue. “Ti sei accorto di quanto avevi torto?”
Gregorio non rispose a parole. Le sue mani trovarono la vita di Noemi, stringendola forte, mentre Stefano, alle sue spalle, gli premeva il petto contro il proprio corpo, annullando ogni distanza.
Era di nuovo quel triangolo perfetto, quella geometria del desiderio che non aveva bisogno di regole perché le aveva riscritte tutte.
Si baciarono con una foga cieca, disperata e bellissima. I corpi si fusero in un unico movimento fluido che li trascinò sul grande divano. I vestiti caddero uno a uno, dimenticati sul pavimento insieme al resto del mondo.
Nel riflesso della grande parete di specchi, le loro sagome si moltiplicavano all'infinito: braccia che si stringevano, gambe che si intrecciavano, schiene arcuate sotto carezze che sapevano di devozione e di possesso condiviso. Non c'era un centro e non c'erano margini; ognuno di loro era contemporaneamente preda e predatore, in un cerchio perfetto di piacere in cui la stanchezza non esisteva e il tempo sembrava essersi fermato, esattamente come allora, tra le sale silenziose del museo.
Il mondo fuori continuava a girare inesorabile, ma all'interno di quelle mura le lancette dell'orologio avevano perso qualsiasi significato.
Quando il cielo di Torino perse il suo nero profondo per tingersi di un piombo lattiginoso, filtrando a fatica attraverso le tende spesse del salotto, la stanza conservava ancora il calore soffocante di quel turbine di corpi. Non c'erano parole superflue a rompere quel silenzio carico di appagamento; solo il respiro profondo e sincronizzato di tre persone che avevano appena ridisegnato i confini del proprio universo privato.
Noemi giaceva con la guancia premuta contro il petto nudo di Stefano, le dita della mano destra che tracciavano distrattamente cerchi invisibili sulla sua pelle. Gregorio era disteso dall'altro lato, con un braccio gettato pesantemente sopra le loro gambe, in una posa di totale abbandono che non concedeva spazio a ripensamenti o distanze.
Il fuoco nel camino era ridotto a pura brace, grigia e fumante, ma il tepore nell'aria era denso. Nessuno di loro avvertiva il bisogno di alzarsi o di riprendere le redini della solita routine.
Quel silenzio mattutino non sapeva di fine, ma di un inizio radicato nel profondo, un patto suggellato dalla carne e dallo spirito che rendeva ogni giorno futuro una pagina bianca tutta da scrivere insieme.
Vacca 24
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